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domenica 3 gennaio 2010

Scrivere un libro.


Trovo interessante questa espressione linguistica, perché penso che a chiunque evochi un desiderio celato nei suo ricordi.


Durante tutta una vita è possibile che ognuno di noi abbia desiderato scrivere un racconto, una storia, una nostra opinione, in generale qualcosa di interessante.

Un po’ per pigrizia, un po’ perché obbiettivamente non c’era molto da dire, si è lasciata accantonata questa idea.

Penso inoltre che non importasse tanto su cosa scrivere.

L’oggetto del libro a volte è assai difficile da centrare, e anche se colpito, risulta faticoso da esporre con linearità.

Bisognerebbe darsi degli obbiettivi, semplici ma precisi, per non uscire mai dal proprio cammino narrativo.

Esporre un pensiero preciso in maniera meticolosa, chiara e alla portata di tutti risulta essere una delle attività più complesse della mente umana.

E quindi farlo bene è assai raro.

Mi sono trovato nel mio lavoro ad esporre faccende complesse in poche parole, di fatto sminuenti, perché è vero che poche parole concise inquadrano il problema, ma non permettono di spiegarlo nella sua completezza.

C’è una differenza sottile tra lo sproloquio e una giusta e lunga spiegazione, ma spesso ci facciamo trarre in inganno dalla prima e annoiare dalla seconda, perché di fatto la prima fa uso di poche parole concise una dietro l’altra, intermezzate da uso e consumo di “frasi fatte” che alzano l’audience della prima rispetto alla seconda.

Esponendo un misero pensiero in modo chiaro e preciso, ma con la giusta minuzia di particolari, risulta assai complesso ma anche appagante.

Ritengo a questo punto trovare delle cose da dire, colpirle ed affondarle

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